|
L'età più bella passata ai telai di Agliana
Mercoledì 20 ottobre presso il CENTRO CULTURALE "IL FUNARO"
è stato presentato il nuovo libro di Dunia Sardi
"La bambina con la farfalla sulla testa"
Il profumo dei tigli riempiva l'aria, in quella primavera del cinquantasei, ma quel profumo non entrò mai nella fabbrica come mai vi entrò raggio di sole.
Era una fabbrica con porte e finestre dai doppi vetri opachi, sempre chiusi.
Un industriale pratese, Lorenzo Tempesti, l'aveva aperta da poco nel mio paese, Agliana, proprio all'inizio di un lungo viale, fiancheggiato da giovani alberi di tiglio.
Era una manifattura di lane pettinate e i filati avevano bisogno di temperatura costante ed umida, così un macchinario appeso al soffitto immetteva nell'ambiente una nebbia sottile, che rendeva il clima denso e umido in inverno e afoso e sudato in estate. In quel grigiore evanescente si consumava e spengeva tutta l'esuberanza e lo splendore della nostra età più bella.
Eravamo un centinaio di ragazze, dai quattordici ai sedici anni di età, indossavamo, sulle vestaglie blu tutte uguali, un marsupio legato in vita con gli arnesi da lavoro: un gancio, un paio di forbici, delle spazzole e residui di lana; così rigonfie sembravamo piccole donne incinte.
Portavamo i capelli lunghi e, per non farli entrare negli ingranaggi delle macchine, erano intrecciati ed avvolti attorno alla testa come una corona. I nostri giovani visi avevano una grazia antica.
La sera, finito il turno di lavoro, uscivamo dal cancello della fabbrica come uno sciame di farfalle nei nostri vestiti colorati e filavamo via in bicicletta con le nostre giovinezze ed i capelli sciolti al vento.
Le sere di primavera, davanti al cancello, si fermavano i giovanotti pratesi, baldanzosi sulle loro Lambrette nuove. Aspettavano la nostra uscita per farci la corte o invitarci a ballare.
Anche se raccontavano un sacco di storie esagerate, ci erano simpatici.
In paese ci chiamavano "le fabbrichine".
Tutto sommato ci sentivamo fortunate per quel posto di lavoro che ci dava diritti fino allora impensabili: una busta paga vera, assicurazione malattie, ferie e gratifica natalizia. Ogni tanto il nostro principale ci premiava con una gita e fu così che vidi per la prima volta Portofino.
La vita trascorreva in un alternarsi di momenti spensierati in cui si rideva di niente a momenti di grande malinconia in cui ci sentivamo prigioniere di quelle mura, mentre avremmo tanto voluto essere altrove, magari sui banchi di scuola che avevamo lasciato troppo presto.
Certe volte riuscivo ad evadere con il pensiero e volavo in luoghi lontani e fantastici, mi illudevo di essere una studentessa che scriveva poesie e lettere d'amore.
In quel tempo, grazie anche a questa prima fabbrica, ebbe inizio quella trasformazione che cambiò il paese da agricolo a artigianale: si costruivano strade e case nuove con piccoli stanzoni sul retro da dove giungeva il rumore dei telai meccanici ai quali lavorava tutta la famiglia, dai bambini ai nonni.
Le donne che non potevano andare a lavorare fuori, toglievano qualche mobile dal salotto buono per mettervi una macchina di maglieria o un tavolo da rammendo.
Con quel poco di lavoro, cominciava anche l'emancipazione femminile.
Sentii dire, in quel tempo, che a Prato c'era una scuola serale per lavoratori, dove si facevano corsi pratici di commercio e così mi iscrissi. In fabbrica non fu semplice ottenere il permesso di cambiare reparto di lavoro, in modo da finire tutte le sere alle sei.
Finalmente, con i libri orgogliosamente sotto il braccio e la felicità nel cuore, cominciai ad andare a scuola. Non so descrivere le sensazioni di quella prima sera, mi sembrava di essermi riappropriata di un po' della mia infanzia rubata.
La prima cosa che mi colpì quando entrai nell'ingresso della scuola fu la figura a mezzo busto di un uomo che da una nicchia alla parete sembrava guardarmi: era l'immagine di Francesco Datini, il grande mercante pratese che aveva dato vita alla cambiale; ben presto mi accorsi che attorno a lei girava tutta Prato e non solo...
Per tornare a casa dovevo aspettare l'autobus delle dieci e venti, quello che riportava ad Agliana le operaie di un'altra grande fabbrica pratese, il Fabbricone. Durante l'attesa mi piaceva passeggiare nella città, dentro le mura. Passando da via Garibaldi arrivavo in piazza del Duomo, dove mi fermavo davanti al Pulpito di Donatello, poi scendevo lungo il corso, fino al biscottificio di Mattonella.
D'estate non era difficile veder galleggiare i cocomeri, messi a raffrescare nella fontana di Bacchino, mentre in piazza Mercatale si udiva l'eco del battito dei ramai. Ero affascinata dal carattere della città che solo la sera perdeva un po' di quella frenesia che sentivi vibrare nell'aria durante il giorno: camminavano quasi correndo, i pratesi.
I mezzi di trasporto erano per lo più camioncini piccoli e Ape carichi di casse di filati e di subbi per i telai e non era strano vedere donne con la pezza da rammendare sul manubrio della bicicletta ed il bambino sul sellino dietro.
Era il periodo in cui Prato si faceva conoscere nel mondo per i suoi tessuti cardati, che uscivano dall'ingegno dei pratesi e dagli stracci. Le lavorazioni avvenivano sulle gore che attraversavano la città e lungo il Bisenzio. Prato era unica al mondo a ricavare lana rigenerata e tessuti dagli stracci.
Fuori dalle mura la città si espandeva, le grandi ditte partorivano fabbriche di supporto e nelle periferie nascevano come funghi filature, tintorie, rifinizioni, e non era raro che nelle campagne i contadini levassero le mucche dalle stalle e vi mettessero orditoi e telai. Mentre i pratesi tessevano la loro tela, il fumo delle ciminiere tingeva il cielo e l'acqua delle gore scorreva di tutti i colori.
I primi flussi di operai dal sud d'Italia arrivavano a Prato; passando davanti agli stanzoni si sentiva cantare attraverso il rumore dei telai "Nel blu dipinto di blu" e "O' sole mio".
Ormai i tessuti pratesi si esportavano in tutto il mondo e le ditte cercavano impiegati che conoscessero le lingue, così, visto che avevo imparato abbastanza bene l'inglese, trovai un impiego in un lanificio pratese, come addetta all'esportazione.
Il giorno che entrai in quello che sarebbe stato il mio ufficio ero emozionata ed impaurita, quando vidi la scrivania con sopra la macchina da scrivere e tutti quei documenti da riempire ebbi paura e provai forte l'impulso di scappare; poi mi misi seduta alla scrivania, appoggiai le dita sudate sulla tastiera e scrissi Dear Sirs.
Anche se lavoravo molto, ero felice. Tenevo la finestra sempre un po' aperta per sentire il fresco dell'aria e il tepore del sole, e ogni tanto alzavo la testa dalla macchina da scrivere e vedevo il cielo. Ancora ripenso a quel dolce profumo dei tigli, al pulviscolo dei fiori e della lana che nelle prime sere d'estate si confondevano nell'aria, facendola brillare della stessa luce dei sogni.
|