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22 gennaio 2010 La Repubblica, pagina 10, sezione: FIRENZE
Brunero cuginetto coraggioso preso dai nazisti Dunia Sardi (di Agliana)
Era la primavera del '44 e i fiori erano sbocciati; certo loro non sapevano cosa stesse succedendo nel mondo. Nemmeno io, che avevo tre anni, potevo sapere, mentre cercavo fra l'erba del prato davanti alla villa Gatti le prime margherite. D'improvviso, la mia attenzione fu attratta da due figure che venivano tenendosi a braccetto, come a sorreggersi, barcollando.
Erano due donne che piangevano e si lamentavano; si fermarono proprio davanti a me e le sentii gridare "Morina, Morina!". "Chiamano la nonna" pensai, mentre vedevo la mamma che correva verso di me e sentivo la nonna che rispondeva impaurita, dalla strada sulla Bure (il torrente che corre, parallelo alla ferrovia, lungo la via provinciale).
Le due donne erano vestite con abiti lunghi e portavano sulle spalle scialli neri. Mentre la nonna correva verso di loro, alzavano le braccia al cielo, agitandole come grandi ali di pipistrello.
Un attimo dopo vidi la nonna abbracciata in un groviglio di braccia e pedani di scialli: sentii che gridavano un nome: "Brunero, Brunero!" urlavano che il ragazzo non era tornato a casa, che lo avevano preso i tedeschi.
Brunero era il figlio sedicenne di Ugo, un fratello della nonna Morina, e le due donne erano Ines ed Ottavina, la mamma e la zia di questo ragazzo.
Avvinghiate l'una all'altra le donne arrivarono a casa mia, dove già si era formata una piccola folla, allarmata dalle loro grida. Ines raccontò fra le lacrime che Brunero era andato a Prato a comprare delle medicine di contrabbando, per curare il babbo che era molto malato, e che non lo avevano più visto. Erano passati due giorni e loro lo avevano aspettato sperando che si fosse nascosto da qualche parte per sfuggire ai rastrellamenti, poi avevano cominciato a cercarlo, finché qualcuno gli aveva detto che era stato preso dai tedeschi o forse dai fascisti, che lo avevano portato via e nessuno sapeva dove.
Ines fra le lacrime diceva: "Pensare che Brunerino aveva tanta paura dei tedeschi, chissà dove lo avranno portato, chissà se lo rivedremo". Con la speranza che le sorresse ancora per qualche tempo, le due donne venivano tutti i giorni a casa mia e insieme alla nonna Morina andavano alla stazione ad aspettare l'arrivo dei treni da Prato, pregando che potesse scendere Brunero.
Man mano che passavano i giorni si perdevano le speranze; la nonna doveva essere guardata a vista, perché come diceva lei - si avviava "a parare il treno"; quel treno che si sentiva fischiare da casa e dove lei pensava potesse essere rinchiuso suo nipote.
Le donne, sole e disperate, e i parenti si dibattevano bussando a porte chiuse, in un periodo in cui il mondo era sconvolto dalla guerra ed il potere era in mano ai fascisti. Gli uomini erano lontani, si trovavano al fronte o prigionieri in campi di concentramento, altri avevano formato gruppi di resistenza partigiana; chi era rimasto viveva di miseria, di soprusi e di paura.
Qualche tempo dopo, la famiglia seppe che Brunero era stato portato dai fascisti in una caserma dove era rimasto per qualche tempo; poi lo avevano consegnato ai tedeschi, che lo avevano messo su un treno per Mauthausen. Io ricordavo Brunero per averlo incontrato quando con la mia famiglia andavamo sfollate, per paura dei bombardamenti, al "Castello delle Bastogie" come veniva chiamato quel borgo di case, dove cominciava la campagna.
Brunero non dimostrava i suoi sedici anni, era molto timido, arrossiva quando c'era gente ed evitava ogni compagnia. Le poche volte che lo vedevo, andava di corsa a lavorare per aiutare la famiglia: si sentiva lui l'uomo di casa. La sera, a veglia, la nonna parlando di Brunero diceva che era così spaurito perché aveva sofferto molto; raccontava che la vita non aveva sorriso a quel ragazzo: qualche anno prima era morta la sorella Bice, di quindici anni, per una malattia che non era stato possibile curare, e dopo un paio d'anni se n'era andata anche la sua mamma, consumata da un dolore più forte di lei. Il babbo Ugo e lui erano rimasti soli nella vecchia e grande casa, aiutati dalla presenza e dall'affetto di Ines, una sorella della sua mamma.
Per un certo periodo andarono avanti aggrappandosi l'uno all'altro e sorreggendosi a vicenda, poi Ugo pensò di dare una nuova mamma a quel bambino che sembrava sperduto e sposò Ines, certo che avrebbe voluto bene a Brunero come una vera mamma. La famiglia si era riformata e poco tempo dopo nacque un bambino, che portò di nuovo il sorriso in quella casa dove era passato tanto dolore. Ma questa gioia non durò a lungo: il babbo, oramai troppo provato dalle sofferenze, si ammalò, e aveva bisogno di medicine, che in quel tempo non era facile trovare.
La nonna raccontava tutto questo con la voce triste e rassegnata di chi è abituato al dolore, allargando le braccia in un gesto di impotenza e, alzando gli occhi al cielo, si rimetteva nelle mani di "Quello lassù". La nonna si rivolgeva a Gesù con confidenza, aveva molto amore per lui e diceva che era stato un giusto: era dalla parte dei poveri e predicava l'uguaglianza, inoltre portava sempre un mantello rosso... era per queste ragioni, secondo lei, che lo avevano messo in croce.
Ma la nonna non sapeva ancora che per questa famiglia il Calvario non era finito e per Brunero qualcuno aveva già preparato "l'ultima stazione".
Da qualche mese avevamo lasciato la casa delle Bastogie, quando Brunero partì, una mattina, per andare a Prato, mettendo l'affetto per il padre al di sopra delle sue paure.
Proprio in quei giorni erano cominciati gli scioperi generali, proclamati dal Cln contro il nazifascismo e la guerra e Hitler aveva dato ordine di fare rastrellamenti tra gli scioperanti.
Anche a Prato quel giorno si faceva sciopero e Brunero fu preso in una di quelle retate e portato via. Niente impietosì i suoi aguzzini, né quel viso di bambino impaurito, né le medicine che ancora teneva nascoste nelle tasche dei pantaloni alla zuava.
Dopo qualche mese arrivò a casa un telegramma che diceva: "Il 10 ottobre 1944, nel campo di concentramento di Mauthausen è morto Brunero Tesi, di anni sedici".
Come una pianta a cui sono state tagliate le radici e cade senza rumore, Ugo si lasciò andare, dopo quel telegramma che toglieva ogni speranza. Rimase solo il bambino piccolo a consolare Ines, che aveva sperato invano di riformare una famiglia.
Nel vecchio cimitero di San Piero c'è ancora la tomba di questa famiglia, e dentro una cornice ovale di bronzo, protetti da un vetro, ci guardano tristi i giovani genitori e i loro due figli; le immagini color seppia non sono sbiadite, stanno lì a ricordare orrori che è impossibile cancellare dalla memoria.
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