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Sabato 31 Luglio 2010 07:59

Unità, unità, unità.

di Sauro Sardi

La sensazione che abbiamo  in questi giorni di Governo che cade, Governo che regge, è quella di chi teme il peggio perché il peggio è alla nostra portata. Ovvero, da qualche anno a questa parte noi popolo della sinistra, ci siamo specializzati in quel genere di peggio che non ha mai fine.

Ora basta, dobbiamo avere un senso, una direzione, uno scalino dove mettere ognuno il proprio culo e pensare, pensare al tempo del pericolo, pensare a quel treno che ci viene incontro, massiccio, nero.

Il dramma non sta dentro un governo che cade o derapa e si raddrizza, il dramma vero sta nel fatto che per la prima volta, nel nostro paese, l’alternativa al quadro tragico sembra invisibile, un vero inno al suprematismo di Malevich: quadrato bianco su fondo bianco. Non si vede materia. Dove siamo? In quale avamposto ospedaliero, in quale ricovero ci siamo andati a contendere gli ultimi due o tre partitini salvavita.

Faccio questa domanda a sinistra, sperando di non essere diventati anche permalosi oltre che inconsistenti e intanto il treno passa, irrompe, travolge scuole, operai, sindacati. La FIAT va in Serbia, dove chi lavorerà come un operaio di Torino o di Pomigliano guadagnerà 300 euro al mese e se sarà bravo anche 400, col tempo.

È uno scherzo? No, è il muso di quel treno che ci viene addosso, è il mercato globale, frutta e carne nello stesso macello dove le nostre primizie costano troppo e tanto, il macellaio guadagna di più a fare polpette che a disossare carne di prima scelta.

Il marchio, l’amor patrio, l’operaio che piange mentre gli portano via il “suo” tornio. Che palle per dei poveri azionisti che vogliono solo aumentare il capitale. Già, il capitale, bella bestia vero? Il profitto non ha patria, e comunque non c’è niente di più bianco rosso e verde di una FIAT che ora ti dice: “chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto” Italiani, imprenditori, o merde? Merde.

E noi, noi  che abbiamo scritto e cantato tutte le storie di chi lavora e suda, dove siamo andati, a cambiare il disco? Aspetto, ma so di fare poco o niente di concreto, aspetto che si abbassi la bandierina e più aspetto più sento il treno in lontananza, almeno quelli del Titanic andavano verso l’iceberg cantando, noi  anneghiamo muti e cupi come se ci tornassero a gola le bastonate del ventennio. È un problema di linguaggio?

Siamo troppo alti o troppo bassi rispetto a dove risuona l’umore popolare? Sì, è anche quello, ma più che mai è il nostro andare in ordine sparso che ci disorienta e ci sconfigge. Serve una sinistra che non lascia niente a sinistra, che si raccoglie intorno a tutti quei pensieri liberi e democratici che vogliono andare anche oltre le nostre origini, le nostre glorie e le nostre muffe. Una materia nuova dove sia possibile la convivenza tra persone che vengono anche da storie politiche diverse, ma che sono animate dallo stesso principio: un mondo giusto  e pacifico.

Se pensiamo che questo non sia possibile, allora prepariamoci a fare i conti con quel treno che intanto avanza, fila, travolge.

 
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